Avrei potuto restare a parlare con lui tutta la notte, nel calore rassicurante del fuoco. Ma sentivo che il vero motivo per cui ero lì era un altro. Mi congedai, e prima di ritirarmi nella mia tenda, piuttosto distante dalla sua, mi avviai per una camminata solitaria nel deserto, nel buio, senza torcia. 
Il cielo era stellato in modo irreale. Nessuna luce artificiale, nessuna presenza umana. Solo io e il cosmo. Ma presto emersero anche paure antiche: e se fossi stato morso da un serpente? E se ci fossero scorpioni? E se mi fossi sentito male, chi avrebbe potuto aiutarmi? In quella vastità, ogni cosa appariva amplificata, compresa la mia fragilità. Eppure, passo dopo passo, il timore si trasformava. La paura lasciava il posto all’ascolto. L’aria era densa, vibrava. Sentivo che il mio corpo stava entrando in un’altra dimensione del tempo. Non più il tempo delle ore e dei minuti, ma quello del kairos, il tempo della presenza. Quello in cui può accadere qualcosa.
Quando rientrai nella tenda, mi accorsi che qualcosa in me era cambiato. Ero in uno stato di consapevolezza diverso, più lucido, ma anche più vulnerabile. La notte, però, era appena cominciata. Nel silenzio assoluto di quella solitudine, ogni percezione si faceva più intensa, come amplificata dal vuoto intorno. Sentii che non avrei potuto semplicemente sdraiarmi e dormire, una parte di me avrebbe voluto tornare nella tenda del beduino e stare vicino a lui accanto al fuoco. Invece mi sedetti in meditazione, con la schiena dritta, il respiro calmo, lasciando affiorare ciò che doveva emergere.
E fu allora che le paure si presentarono, più nitide che mai. La paura di essere davvero solo, la paura di non poter ricevere aiuto in caso di bisogno, le paure ancestrali che abitano il fondo della coscienza. Non cercai di scacciarle. Rimasi lì, a osservarle, respirando dentro di esse. Cercavo di mettere in pratica ciò che avevo appreso nel corso degli anni: non identificarmi con ciò che provavo, ma osservare con presenza. Era come attraversare quella che i mistici chiamano la “notte oscura dell’anima”, il momento in cui ogni certezza si dissolve e resta solo il silenzio, nudo e necessario.
Mi tornavano alla mente le parole di un maestro che mi era stato vicino: “Tu non sei la paura. Tu senti la paura. E nel momento in cui la osservi, sei già qualcosa di diverso.”
Passarono così ore silenziose, in uno stato di veglia interiore. A un certo punto, sentii il bisogno di uscire di nuovo dalla tenda. Il cielo stellato era lì, immenso, silenzioso, compassionevole. Guardarlo mi riportò in una pace più profonda. Sentii che il deserto mi aveva accolto, che qualcosa si era compiuto. Solo allora, rientrai e mi sdraiai. Questa volta, davvero pronto a riposare.
Il giorno successivo visitammo in jeep altri luoghi suggestivi del deserto: canyon nascosti, archi di pietra modellati dal vento, antichi graffiti scolpiti nella roccia. Poi ripresi il mio viaggio verso Amman, costeggiando i confini con l’Arabia Saudita e l’Iraq, attraversando paesaggi spogli e maestosi, mentre dentro di me continuavano a risuonare le impressioni della notte. Quegli stati d’animo mi accompagnarono a lungo, e cercai di rielaborarli nelle meditazioni dei giorni seguenti.
Oggi, nello scrivere questo articolo e nel rievocare quell’esperienza, posso dire che non è necessario recarsi in luoghi lontani per incontrare il proprio deserto. Ognuno di noi porta dentro di sé un paesaggio silenzioso, a volte inospitale, ma colmo di possibilità. È lì che possiamo fermarci, ascoltare, ritrovare un senso. Anche nel rumore delle nostre giornate, anche nei momenti più ordinari, c’è sempre uno spazio, se lo cerchiamo, in cui il sacro può farsi presente.