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Alcuni di questi viaggi li ho compiuti da solo, altri con la mia compagna, più raramente in piccoli gruppi di ricercatori, ma da tempo sentivo affiorare dentro di me l’impulso per qualcosa di diverso: un viaggio solitario, in un luogo che non avevo ancora visitato, dove attingere nuove ispirazioni, magari inattese. Fu così che nacque l’idea della Giordania.
Organizzai la partenza in breve tempo. Non appena arrivato, mi resi conto di trovarmi in un contesto particolare: le tensioni geopolitiche nella regione avevano svuotato il paese del turismo internazionale. Luoghi che normalmente sarebbero stati affollati da pellegrini e visitatori, apparivano deserti. Questo silenzio inatteso, quasi irreale, creava intorno a me un’atmosfera sospesa.
Iniziai l’itinerario costeggiando la sponda del fiume Giordano. Ripercorrevo idealmente un cammino iniziato quindici anni prima, dal lato israeliano. Visitai Betania, il sito evangelico dove si narra che Gesù fu battezzato. Proseguii verso Pella, l’antica città rifugio delle prime comunità giudeo-cristiane dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e poi fino alle alture di Gadara, dove lo sguardo si allunga sul lago di Tiberiade e sul confine siriano. Ovunque un silenzio antico sembrava avvolgere ogni cosa. Gli unici incontri che facevo erano con le persone del luogo: sguardi ospitali, parole lente, gesti semplici.
Mi fermai qualche giorno sulle rive del Mar Morto in un punto da cui si può scorgere, sulla sponda opposta, il sito di Qumran, un tempo abitato dagli Esseni. Anche lì, il vuoto lasciato dai turisti rendeva tutto più denso, più profondo. Era come se l’assenza del mondo esterno amplificasse ogni percezione interiore.
Poi giunse il momento di visitare Petra. Entrai nel sito archeologico all’alba, quando la luce rosata cominciava appena a colorare le pareti di roccia. In quella vastità rossa e silenziosa eravamo in due. Due visitatori in uno dei luoghi più celebri al mondo. In quel momento, in quell’ora sospesa, sembrava che Petra si stesse rivelando misteriosamente per la prima volta.
Camminare in solitudine tra quelle pietre scolpite nel tempo, in quel vuoto abitato dalla memoria del sacro, era come ascoltare un canto antico che nessun rumore poteva coprire. Tutto sembrava parlare a un altro livello: il suono dei miei passi, l’eco tra le gole, la luce che mutava sulle superfici rocciose. Era come se qualcosa dentro di me si stesse preparando. A cosa, non lo sapevo ancora. Ma intuivo che quella crescente sensazione di solitudine, quel senso di sospensione che mi accompagnava da giorni, stava aprendo uno spazio interiore nuovo. E che quel viaggio stava per entrare in una fase più profonda.