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Fu così che nei giorni successivi arrivai all’ingresso del Wadi Rum, il vasto deserto rosso della Giordania. Al Centro Visitatori incontrai la mia guida, un beduino alto e riservato, con lo sguardo attento di chi conosce il deserto non per sentito dire, ma per sangue e memoria. Parlammo dell’escursione, della sistemazione per la notte. C’erano due possibilità: restare in un campo tendato dove si trovavano tre o quattro turisti, o spingermi più in là, in un campo completamente isolato, incastonato sotto un costone di roccia. Avrei passato la notte da solo.
Scelsi la seconda opzione. Non ci pensai troppo. Era come se una parte di me, più profonda, sapesse già cosa cercassi. Quella solitudine non era un disagio da evitare, ma un rito da attraversare. Come se il deserto stesso fosse un maestro silenzioso che mi stava aspettando. La guida mi disse subito che nel deserto non c’era campo: sarei rimasto disconnesso per i prossimi tre giorni.
Ci mettemmo in marcia con la jeep, attraversando le distese aride dove si sono svolte le imprese di Lawrence d’Arabia. Mentre avanzavamo tra le sabbie e le rocce, sentivo che stavo lasciando alle spalle non solo la civiltà, ma anche una parte di me. Tutto ciò che era superfluo sembrava dissolversi nel vento. Quella non era più una semplice escursione: era l’inizio di un’iniziazione.
Avevo visitato altri deserti nella mia vita: il Sahara, il Sinai, il deserto australiano. Ma il Wadi Rum ha qualcosa di diverso. Forse è la tavolozza dei suoi colori, che mutano con la luce e sembrano respirare. O forse è quel continuo alternarsi di distese sabbiose e picchi rocciosi che lo rende un luogo vivo, in movimento. Un paesaggio che non si lascia osservare da fuori, ma che ti invita a entrare.
Raggiungemmo le tende poco prima del tramonto. Il campo era posizionato sotto un grande strapiombo di pietra che dominava tutto lo spazio circostante con una presenza antica. Accendemmo un fuoco. La guida preparò la cena, e ci sedemmo vicino alle fiamme, avvolti dal silenzio del deserto.
Quella che pensavo sarebbe stata una conversazione formale, si trasformò in un incontro inatteso. Il mio compagno beduino, con semplicità e profondità, si rivelò un uomo di vasta cultura. Parlammo di religioni, di storia, di letteratura. Era informatissimo su ciò che accade nel mondo.
Ancora una volta mi resi conto di quanto, spesso in modo del tutto inconsapevole, la nostra visione occidentale, ancora profondamente eurocentrica, ci porti a dare per scontata una presunta superiorità culturale. Anche quando ci mostriamo aperti, gentili, curiosi verso gli altri popoli, resta sottotraccia l’idea che il nostro mondo sia il più evoluto, il più “civile”. Ma basta ascoltare con attenzione, aprirsi davvero all’incontro, per accorgersi di quanto quella presunta superiorità sia solo una maschera, e quanto invece ci sia da imparare da chi vive connesso, non a internet, ma alla propria terra, alla propria storia, al proprio silenzio. A un certo punto, gli chiesi quale fosse, secondo lui, la forma più pura della lingua araba, quella in cui fu rivelato il Corano. Mi aspettavo che rispondesse “quello dell’Arabia Saudita”. Invece, con tono pacato, mi disse: “L’arabo che parlava Maometto è quello ancora oggi parlato nello Yemen”. Una frase semplice, eppure carica di suggestione.