Nell’Esercizio del ricordo la narrazione, quindi, sposa lo gnosticismo cristiano dove il Logos – la Parola – è il principio attivo della creazione e della redenzione. Raccontare, allora, è partecipare al movimento del Logos, è svelare il senso nascosto delle cose attraverso la parola vivente. Nella tradizione gnostica, infatti, la memoria profonda di sé non è semplicemente una funzione psicologica, ma un atto salvifico. Il ricordo è il risveglio dell’anima dalla dimenticanza. L’essere umano, immerso nel mondo materiale e nelle illusioni dell’ego, ha dimenticato la propria origine divina. Raccontarsi agli altri, allora, non costituisce “solo” una pratica terapeutica, ma un gesto cosmico: è andare alla ricerca di quella scintilla divina che ci abita, per condividerne la luce affinché essa - riverberandosi - faccia vibrare e risplendere anche le scintille di coloro che sono in ascolto. 
Allora il racconto si fa liturgia interiore, oracolo, mosaico in cui ogni visione è un tassello della nostra identità spirituale. Ma nulla di nuovo si pone sotto il cielo, nessuna mirabolante invenzione, solo nuove scoperte. Perché quella del racconto è una storia che si dipana parallelamente a quella dell’uomo. 
«Quando il grande rabbino Israel Baal-Shem Tov vedeva che la sfortuna minacciava gli ebrei, si recava d’abitudine in una certa parte della foresta a meditare. Lì accendeva un fuoco, pronunciava una preghiera speciale, e il miracolo avveniva e la sventura veniva evitata. Più tardi, quando il suo discepolo, il celebre Magid di Mezrich, dovette intercedere, per la stessa ragione, presso il Signore, andò nello stesso posto della foresta e disse: “Maestro dell’universo, ascolta! Non so come accendere il fuoco, ma sono ancora in grado di pronunciare la preghiera”. E, di nuovo, il miracolo avvenne. Ancor più tardi, il rabbino Moshe-Leib di Sasov, per salvare di nuovo il suo popolo, si recò nella foresta e disse: “Non so come accendere il fuoco, non so pronunciare la preghiera, ma conosco il luogo e ciò deve essere sufficiente”. Infine, toccò al rabbino Israel di Rizhyn di vincere la sventura. Seduto nella sua poltrona, la testa affondata tra le mani, egli parlò a Dio: “Sono incapace di accendere il fuoco e non conosco la preghiera; non posso neppure trovare il posto nella foresta. Tutto ciò che posso fare è raccontare la storia e ciò deve essere sufficiente. Ed era sufficiente. Dio ha creato l’uomo perché Egli adora i racconti».[2]
Il racconto diventa quindi strumento iniziatico, rivelazione e rito di passaggio. È riconciliarsi con ciò che si è stati e si desidera divenire. Nella sua essenza più profonda, è memoria vivente, soglia, oracolo, nonché trasfigurazione. Il racconto è atto sovversivo e sacro: Il ricordo di sé è anche racconto di sé (e del Sé). Quando raccontiamo di noi stessi, non parliamo solo agli altri, ma al Dio che è in noi e il racconto è anche la voce di quel Dio che ci risponde… Ogni storia narrata con sincerità e apertura è una preghiera, un rito di memoria che ci riporta alla nostra essenza divina. Dio ha creato l’uomo perché ama le storie, e ogni storia raccontata con autenticità è un passo verso la verità ultima: perché non c’è conoscenza più alta, né guarigione più vera, di quella che nasce quando abbiamo il coraggio di raccontarci e la compassione di ascoltare e ascoltarci. 
[2] Le porte della foresta di Elie Wiesel.

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