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Ma perché la narrazione agisca, non può esaurirsi in un esercizio privato: è un pellegrinaggio che ha bisogno di testimoni, di compagni di strada. Parlando dell’incontro psicoterapeutico Kopp lo afferma chiaramente: «Ogni uomo deve avere l’opportunità di raccontare la sua storia. E mentre ciascuno racconta la propria storia, un altro deve essere presente per ascoltarlo». Quindi, è la relazione, non il sapere, a generare guarigione. Non serve un guru, ma «qualcuno che prenda a cuore» il racconto altrui.[1] La narrazione è già trasformazione. Raccontarsi è, in sé, un primo atto terapeutico: un modo per riordinare l’informe, per restituire senso al vissuto. Ma non basta un orecchio qualunque: serve un cuore capace di accogliere. In questa relazione – asimmetrica, ma profondamente umana – si apre lo spazio della guarigione. Non perché l’ascoltatore sia un salvatore, ma perché la parola, offerta e ricevuta con autenticità, è già cura: l’altro può diventare un “salvatore” solo per la sacralità del suo ascolto, non per autorità acquisita. Questo dialogo empatico richiama l’approccio psicanalitico di Carl Gustav Jung, per cui ogni sogno, ogni simbolo, ogni immagine archetipica è una storia che chiede di essere raccontata e ascoltata. Per Jung, il racconto è una forma di immaginazione attiva che permette all’inconscio di rivelarsi. Raccontare non è solo ricordare: è trasmutare. È fare dell’ombra un alleato e del dolore un maestro.
Se la psicanalisi lavora con la parola per sanare la frattura interiore, la spiritualità fa del racconto un ponte verso il trascendente. Da sempre i racconti e le parabole hanno avuto un ruolo centrale in molte tradizioni spirituali e religiose, poiché veicolano insegnamenti profondi in una forma accessibile e universale. La Qabbalah abbonda di racconti simbolici che servono a rivelare verità che non possono essere comprese solo attraverso la razionalità; per i qabbalisti, il raccontare, l’atto del racconto della creazione coincide con l’atto di creare il mondo così descritto. Nel Sufismo aneddoti e storie, come quelle di Rumi e del grande maestro Nasreddin Khoja, sono strumenti per scardinare i limiti della mente ordinaria e aprire la porta alla conoscenza diretta dell’Essere. Anche nell’Induismo e nel Buddhismo, così come nelle tradizioni sciamaniche, le storie sono leve per comprendere la realtà e interagire con le forze spirituali. Ancor più vale per il Cristianesimo, in cui Gesù insegnava attraverso parabole utilizzandole come chiavi d’accesso a una comprensione più elevata dell’amore divino: nei Vangeli Egli non istruisce con dogmi ma attraverso racconti e immagini, perché il maestro spirituale è colui che, con il racconto, riaccende nell’altro la nostalgia del cielo.
[1] Se incontri il Buddha per strada, uccidilo di Sheldon B. Kopp.