Questo passaggio ci permette di affermare che il contesto giudaico dell'epoca credesse nella reincarnazione? Non proprio, e ci sono diversi elementi che lo dimostrano. Innanzitutto, Gesù era già adulto quando Giovanni venne decapitato, rendendo cronologicamente impossibile interpretare il rapporto tra i due come una reincarnazione nel senso comune del termine. Inoltre, le identificazioni fatte dagli apostoli e dal popolo sembrano riferirsi più all'idea di una continuità spirituale nella linea profetica, anziché a una reale trasmigrazione delle anime. Nel pensiero giudaico del tempo, infatti, era comune credere che i profeti potessero 'ritornare', ma non come reincarnazioni letterali. Piuttosto, essi venivano visti come figure che incarnavano lo stesso spirito o la medesima missione profetica, in particolare in attesa di un'era messianica. 
Ma continuiamo il nostro studio spostandoci stavolta all'analisi della lettera scritta da Paolo ai Corinzi (I Cor. 15:42-44), dove troviamo una delle prime e più complesse elaborazioni teologiche sulla natura della resurrezione. Paolo afferma che esiste la resurrezione del corpo, ma introduce una sottile distinzione: l'anima ritornerà in una forma corporea, che non avrà esattamente la stessa struttura materiale, bensì in un 'corpo spirituale' (soma pneumatikon). Questa misteriosa definizione, apparentemente contraddittoria nei termini, ha dato origine a numerose riflessioni teologiche e interpretazioni. Secondo la lettura ortodossa tradizionale, Paolo sta descrivendo un corpo glorificato e non sta parlando di reincarnazione. Tuttavia, la complessità del suo pensiero su questo tema merita un'analisi più approfondita che rimandiamo ad altra sede. Però è certo che, se analizziamo il pensiero paolino solo attraverso la lente dei testi canonici, non possiamo affermare che in lui ci sia traccia del concetto della reincarnazione. Nonostante quanto detto sinora, sappiamo dalla testimonianza di Cicerone nelle Tusculanae Disputationes’ che, nell'antichità, molti tra i più grandi intellettuali credevano nella reincarnazione. Nel IV secolo d.C. Porfirio, parlando di Pitagora, affermava che questi fu uno dei primi a diffondere, nel mondo greco, la dottrina della reincarnazione. E Pitagora è stato uno dei più grandi pensatori dell'antichità, colui che per primo comprese che la matematica è la base per comprendere empiricamente la struttura della materia. 
Questa concezione della reincarnazione fu poi ripresa e sviluppata da Platone, come possiamo leggere in diversi suoi dialoghi: nel ‘Fedone’, nel ‘Fedro’ e nella ‘Repubblica’. Anche in questo caso parliamo di uno dei pensatori più influenti dell'antichità, la cui impronta sul pensiero occidentale è stata così profonda che alcuni studiosi considerano i sistemi filosofici successivi come note a piè di pagina di Platone. Considerando che la formazione dell'apostolo Paolo era impregnata di cultura greca, non possiamo escludere che conoscesse la reincarnazione, e questo potrebbe spiegare perché alcuni primi Cristiani mostrassero interesse verso tale concezione. Tuttavia, è importante fare una distinzione fondamentale: una cosa è la dottrina della preesistenza dell'anima (accettata da alcuni pensatori cristiani antichi), e altra cosa è l'idea della reincarnazione come la concepiamo oggi, grazie all’influenza delle spiritualità orientali. Anche se i confini tra questi due concetti non sono sempre chiari negli autori antichi: per esempio, non Origene, parlando della preesistenza delle anime, né Platone, trattando della reincarnazione, spiegano i meccanismi che la caratterizzano. Ossia, il concetto orientale di karma, che oggi associamo al ciclo di morte e rinascita, è assente nella riflessione platonica.

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