Stato di presenza e Ricordo di sé
I ritmi della vita sociale sono velocizzati e stressanti perché più siamo impegnati più ci sembra di essere vivi. Ma così rischiamo di dimenticare quell’arte della cura di noi stessi e della nostra interiorità che è essenziale per sapere chi siamo e dove vogliamo andare.
Talvolta sarebbe salutare un po’ di lentezza, di tempo speso stando seduti in casa senza far nulla, in silenzio, semplicemente restando presenti a se stessi, lasciando emergere emozioni e immagini che si sono sedimentate in noi. Così forse si potrebbe ritrovare unità ed entrare nel Ricordo di sé, quell’attività sacra che ci riporta al centro di noi stessi e dell’Universo.
Il Ricordo di sé è cambiare livello di essere, è stare qui in un eterno presente: gradualmente si coglie quanto in realtà siano momenti indistruttibili.
Il Ricordo di Sé è uscire dal torpore, dal sonno, da quello stato in cui noi ci troviamo quasi sempre. È un’esperienza interiore che va percepita e riconosciuta, può arrivare in momenti di coscienza ordinaria e modificare bruscamente il flusso delle associazioni automatiche. La scoperta stessa che nella vita tutto accade meccanicamente è già molto. Il ricordarsi di sé è momento necessario per tutto il lavoro spirituale successivo. Essere presenti è una forma di meditazione attiva che può verificarsi in ogni momento del giorno allorché si riesce ad essere contemporaneamente presenti a se stessi e al mondo circostante piuttosto che rimanere immersi in un mondo chiuso e personale o travolti da reazioni esteriori. “Essere presenti nel silenzio” per Burton era sublime momento di Ricordo di sé[1]. Essere presenti dove si è, non in un futuro chissà quale e tantomeno nel passato. Ogni momento essere lì, semplicemente lì. E il silenzio aiuta…Qui ci si scontra con la tendenza della “macchina”, come la chiamerebbero Gurdjieff e Burton, cioè ci si scontra con la nostra realtà quotidiana e con il nostro essere che vanno in tutt’altra direzione. È vero tutto sembra portarci via dal presente.
A Burton viene chiesto come smettere di avere fretta. Risponde: rendendosi conto che il momento presente non è peggiore né migliore del momento successivo, né di quello precedente. È, e basta. A noi che cerchiamo di praticarlo, appena ci accorgiamo di non essere o non essere stati presenti, scattano recriminazione e giudizio: ma questo non è Ricordo di sé…
Solitudine e silenzio sono il tempo delle radici, della profondità, in cui si riceve la forza per essere se stessi. Silenzio e solitudine sono dunque i mezzi privilegiati della vita interiore, che consentono di prendere confidenza con se stessi anche a costo di arrivare a cantare fuori dal coro, a rompere con le logiche omologanti che tutto appiattiscono. Logiche che, come sottolinea Krishnamurti, sono intessute di pensieri che fanno unicamente rumore e ci distolgono dalla sola verità che è in noi e che ci consente di sfuggire alla superficialità e di dare profondità alle parole e senso alle relazioni.
Si entrerà in una pacificazione e unificazione interiori da cui si potrà uscire rinnovati e disponibili per le relazioni quotidiane.
«E nella notte io vidi diecimila persone, forse di più, gente che parlava…senza parlare… gente che sentiva ma non prestava ascolto…» cantavano Simon e Garfunkel.
La solitudine purifica lo sguardo che posiamo sugli altri. Se pensiamo agli altri quando si è soli, si scoprono in loro risvolti inediti che sfuggono talvolta con la vicinanza fisica. Per comunicare bene con gli altri si ha bisogno, di tanto in tanto, di un faccia a faccia con se stessi, come se la capacità di comunicazione e di relazione fosse in qualche modo proporzionale alla capacità di vivere silenzio e solitudine.
[1] R. E. Burton, Il Ricordo di Sé, Ubaldini Ed. Roma.