Pagina 2 di 3
La Bibbia stessa ne parla. L’apostolo Paolo confessa nella sua seconda Lettera ai Corinzi (12:1-5) di aver conosciuto un uomo – probabilmente sé stesso - che fu strappato «fino al terzo cielo» senza sapere se «nel corpo o fuori del corpo». Riconosce pertanto che non sempre è possibile tracciare una frontiera chiara tra interno ed esterno. L’importante non è questo, ma il frutto: Paolo relativizza l’importanza delle visioni e preferisce gloriarsi delle sue debolezze, perché è lì dove si rivela la forza di Dio. È un criterio valido ancora oggi: il valore di queste esperienze dipende dalla trasformazione che producono. Non basta vivere qualcosa di straordinario; ciò che conta è che conduca a una vita più umile dell’ego, più sensibile, più aperta all’amore. Il rischio è cercare ciò che è spettacolare alimentando il narcisismo spirituale, la fascinazione per eventi straordinari senza una vera crescita interiore.
Su questo punto san Giovanni della Croce è particolarmente lucido. Ne La notte passiva dei sensi denuncia la “gola spirituale” di chi si attacca più al gusto dei sensi nella preghiera che alla purezza della fede. Avverte che, se si assolutizzano queste esperienze, possono sviare dal vero cammino. «L'anima che si abbandona al gusto dei sensi», scrive, «naturalmente si colpisce con il non senso, per la negazione di ciò che le è proprio». Le esperienze mistiche non si cercano come fini a se stesse, ma si accolgono con gratitudine, lasciando che il loro frutto sia l’amore.
Il discernimento richiede dunque uno sguardo interdisciplinare. La scienza può esplorare i correlati neuronali; la psicologia i processi psichici; la spiritualità, il senso trascendente. Ogni prospettiva illumina una parte e solo una visione congiunta può essere completa. È come guardare il bosco e non solo gli alberi: le meraviglie individuali possono affascinare, ma senza un quadro integrato perdono consistenza.