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Gentile Prof. Serra,
su questa rivista è stato pubblicato un articolo: Il male non esiste. Ho confrontato questo punto di vista con l’idea che, forse per ragioni storiche e culturali, mi ha accompagnato per lungo tempo, e cioè considerare plausibile la Personificazione del Male. Al di là dei paradigmi, riconosco però in me una sensazione interna che oggi mi guida... Questo è per me un approccio nuovo e spero che le mie sensazioni abbiano radici profonde, per potermi fidare di esse. Come considera questo mio approccio al tema?
Il pittore norvegese Edvard Munch è l’autore della famosa opera Il grido, della quale realizzò poi differenti versioni e diventata un’icona dell’anima umana ferita. Il gesto di angustia che rappresenta possiede una grande forza psicologica. Si è dibattuto sul fatto che l’uomo stia gridando o reagendo a un grido esterno che cerca di non sentire. Quest’opera riflette il turbamento degli esseri umani di fronte a una realtà che scuote la loro esistenza. Qualcosa di simile accade con l’articolo Il male non esiste, che presenta il male come un grido silenzioso, un’espressione di dolore profondo, frutto di assenza di valori, di vuoto, di disperazione. Di fronte a questo grido, la proposta è rispondere non da fuori, ma con un lavoro personale lungo e profondo.
Il titolo dell’articolo può sconcertare, finché non si entra nel contenuto. Il sottotitolo – Analisi di un fenomeno complesso – già porta una chiave d’interpretazione importante. La scuola spirituale La Teca, alla quale si ispira l’autore, sostiene che il male non esiste come entità autonoma e indipendente. Ciò non significa negare l’esperienza del male, né il suo impatto reale, ma liberarlo da un’interpretazione essenzialista o metafisica. Il male non sarebbe, quindi, un’entità con esistenza propria, ma una manifestazione della sofferenza umana. Questa affermazione può provocare una reazione di sconcerto, finanche di rifiuto, ma proprio questo dovrebbe invitare ad approfondire l’argomento. Da questo punto di vista, il male ci interpella non come qualcosa che risiede solo al di fuori di noi, ma come una chiamata urgente a guardarci dentro.
Se il problema esistesse solo fuori, anche la soluzione verrebbe da fuori. Ma se il male è frutto di una frattura interiore, allora solo un lavoro personale sincero, paziente e profondo può aprire a un cammino di guarigione. Per questo l’articolo pone l’accento sul mondo interiore della persona. Invita a un’introspezione lucida, all’auto-osservazione, all’autoconoscenza. Comprendere il male come causa – e non solo come conseguenza – ci apre a una riflessione più ampia che non si riduce alla morale o alla teologia, ma che tocca l’essere umano alle sue radici.