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Quando però alcuni “valori” sono, in modo stereotipico, assegnati a un genere sessuale, e attuati come “dovere di genere”, vengono di solito integrati in una falsa personalità costruita sulle richieste dell’ambiente e non generata in armonia e in fusione con il nostro vero io. Sentire di dovercene separare non solo denota che sono posticci (possiamo separarci solo da ciò che non è nostro in essenza) ma anche che abbiamo costruito la nostra identità sulla recita di alcuni atteggiamenti, per compensare un senso carente di valore o per “costruirci” un’identità nel mondo.
Non è tanto il comportamento esterno che ci definisce, quanto l’origine e la motivazione che ci muove all’azione. Dobbiamo imparare a conoscerci e dare il vero nome alle cose.
Siamo sicuri, ad esempio, che dietro un’apparente disponibilità e accoglienza non ci sia il movente, ancora nascosto all’io, del senso di colpa o della paura del conflitto? Ieri un’amica mi ha raccontato di aver accettato di aiutare una persona che l’aveva aggredita verbalmente, per “fare la cosa giusta”, cioè essere “buona e disponibile”, a prescindere dal comportamento dell’altro. Falsi nomi. Questo è forse un esempio di valore posticcio dietro il quale nascondiamo difficoltà emozionali più vere e profonde. Negare l’aiuto a qualcuno che ci aggredisce e ci offende è un modo per insegnare all’altro la via della gentilezza, non violare un valore profondo che custodiamo in noi, e rispettarci.