Bambini che non sono stati visti e amati, che sono cresciuti con genitori anaffettivi e focalizzati solo sulla carriera e sul denaro, diventano poi giovani che scatenano violenza sui loro coetanei raggruppandosi in bande orrorifiche, o scagliando calci e torture su cuccioli e animali indifesi. Indifesi come lo erano loro da piccoli, quando hanno dovuto chiudere il loro cuore per smettere di soffrire, rivestendolo di strati di isolante. Un isolante che chiude in loro la possibilità di provare empatia, di contattare la sensibilità amorosa, la relazione affettiva e intima con l’altro. Uno scatenare fuori di sé, spesso in maniera simbolica, ciò che in precedenza si è ricevuto e che si è stati costretti ad accettare stando in uno stato di fragilità.
Questa fragilità dalla quale ci si allontana, a volte irrimediabilmente, lungi dall’essere inferiorità, è l’elemento di forza che conduce alla maturità spirituale e che ci rende dei veri esseri umani. Evoluti nel cuore e (solo dopo) nella mente, capaci di proteggere e allevare con amore la crescita della vita, in ogni sua forma, in questo mondo del quale ci consideriamo la forma esistente più “evoluta”. È la fragilità del neonato che si apre come un fiore alla vita, pronto per donare amore; del cucciolo che si avvicina all’uomo con fiducia, pronto a diventarne amico; della donna che potrebbe uccidere in molti modi, anche se non con la forza bruta, ma che decide di non farlo perché rimane connessa, più facilmente, al senso profondo della sua Umanità.