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C’è poi un fraintendimento da sciogliere: molti cercano la presenza come sensazione piacevole. In realtà, la presenza è verità, non per forza comodità. A volte comporta un’accettazione cosciente della tensione interiore: stare, anche quando l’ego vorrebbe fuggire. Si produce così un calore che cuoce le scorie, un’alchimia del cuore. Non c’è crescita senza questo fuoco temperato.
Dal punto di vista gnostico, la dimenticanza di sé è una caduta continua nell’ignoranza (agnosia). Ma la caduta non è l’ultima parola. Ogni ritorno alla presenza è un piccolo esodo: si esce dal regno degli Arconti interiori (abitudini, paure, automatismi) e si rientra nel Regno dentro: una qualità di vita (zoé) che non dipende dalle circostanze. È qui che i Vangeli e la pratica si incontrano: “Vegliate”, “State desti”.
Forse lei si domanderà: “Ma quanto tempo serve?”. La risposta gnostica è semplice: questo istante. È sempre adessoche può ricordarsi di sé; sempre adesso che può perdere se stessa di nuovo. Il tempo della presenza non è cronologico: è kairós, attimo opportuno, soglia. Due respiri ben fatti valgono più di mille intenzioni. È una linea sottile che, giorno dopo giorno, diventa la Via.
Cara lettrice, riprendendo la sua domanda iniziale, ci dimentichiamo di noi perché ci identifichiamo con ciò che passa. Ma ogni volta che ricordiamo la scintilla divina e riportiamo l’attenzione al corpo, al respiro, al cuore, accade un piccolo risveglio.
Non si tratta di cambiare vita, ma di essere presenti nella vita che già viviamo. La presenza non aggiunge nulla, ma illumina tutto. E, un istante alla volta, ci riporta a noi ste