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Egregio dr. Bertolini,
seguo i suoi articoli e mi affascina l’idea della “presenza”. Ma poi, nella vita di tutti i giorni, me ne dimentico: lavoro, famiglia, impegni… e la sera mi sembra di non esserci stata. Esiste una spiegazione gnostica o esoterica per questa continua “perdita di sé”? E, soprattutto, che cosa si può fare?
Gentile lettrice,
la sua domanda mi fa venire in mente un bellissimo libro del maestro zen Thich Nhat Hanh, Il miracolo della presenza mentale. Già, perché mai la presenza dovrebbe essere considerata un miracolo? Eppure, lo è, se ci pensiamo bene.
Quasi tutti intuiamo cos’è la presenza: un istante limpido, vigile, in cui sentiamo di esserci davvero. Poi la giornata ci inghiotte, e torniamo a muoverci come se qualcuno avesse rimesso il pilota automatico. La tradizione gnostica e la Quarta Via usano parole diverse per dire una cosa simile: siamo immersi nel sonno della coscienza. Dormiamo mentre camminiamo, discutiamo, guidiamo, lavoriamo. Viviamo trascinati dal flusso delle impressioni, credendo di essere svegli, mentre in realtà siamo sognati dalla nostra stessa mente.
In termini gnostici, potremmo dire che la scintilla divina in noi si lascia avvolgere dagli Arconti, quelle forze che distraggono e dividono; in termini di Quarta Via, una molteplicità di “io” si avvicendano al timone: un io promette, un altro disdice; uno ama, un altro rifiuta.
C’è poi un altro fattore: l’inerzia dell’attenzione. L’attenzione, lasciata a sé, scivola sempre verso l’esterno; ama inseguire stimoli, dimenticando il proprio centro. È come un fiume che cerca la discesa. Portarla a casa, nel corpo, nel respiro, nel cuore, richiede un gesto volontario: un piccolo “atto di Ricordo”. La Gnosi non propone un moralismo (dovresti essere più presente), ma un realismo: la presenza si costruisce. Non è uno stato magico, è una competenza dell’anima. Si allena.