L’acqua, futura amica e nemica
Tornando all’alterazione del ciclo idrologico, è ampiamente dimostrato come l’accelerazione del ciclo dell’acqua provochi non solo una maggiore propensione alla siccità in alcune aree del globo, ma anche un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi. Un’atmosfera più calda, più umida e con più energia: un mix sempre più pericoloso, perché in queste condizioni l’acqua può tornare alla superficie in maniera più violenta. Ecco l’acqua che si fa nemica, che cade più copiosamente e più velocemente, che riempie i fiumi e rompe gli argini, che gonfia il suolo e lo fa franare, che si abbatte sulle spiagge e sui moli. Pioggia che da manna diventa valanga e invade territori resi sempre più fragili dall’urbanizzazione selvaggia e dal consumo del suolo. Un’amica che diventa nemica, devastando l’opera già devastatrice dell’uomo, quasi a volerci dimostrare l’insensatezza e la fragilità del nostro modello di sviluppo.
Ecco, quindi, il nostro caro vecchio Mediterraneo, culla della civiltà occidentale e il suo nuovo paradigma idrico: scarsità ed eccesso. Nel nostro bacino si toccheranno nei prossimi decenni estremi idrici di ogni tipo e, paradossalmente, sperimenteremo periodi in cui avremo problemi nel reperire e nel conservare l’acqua, e altri momenti in cui faticheremo a smaltirla.  
Allora, dopo aver parlato di noi che viviamo in paesi, tutto sommato, prosperi e ricchi, potremmo provare a fare lo sforzo di allargare lo sguardo della nostra visione egocentrica e antropocentrica, limitata ai nostri territori e alla nostra specie. Se in Europa le criticità possono tradursi in danni più che altro monetari, considerata la nostra capacità relativamente alta di far fronte a tali calamità - in termini di risorse tecnologiche ed economiche -, per le popolazioni più vulnerabili del pianeta tali criticità hanno, e avranno sempre più, a che fare con la sopravvivenza. Se solo il nostro sguardo riuscisse ad abbracciare idealmente, e magari emotivamente, tali condizioni e tali scenari, probabilmente avvertiremmo l’urgenza di intervenire più drasticamente, più velocemente e con più convinzione sulle cause che stanno generando questa crisi climatica. Ma, ancora di più, se solo riuscissimo a pensarci figli di questo pianeta e fratelli di tutti gli altri esseri viventi, e non una specie “superiore” - arrogandoci diritti e privilegi nei confronti di tutte le altre -, allora forse potremmo cambiare non solo il nostro modello di sviluppo, ma il modo stesso in cui relazionarci nei confronti dell’intero pianeta.