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Ognuno di noi è un ricettacolo di domande e dubbi, che può cominciare a sciogliere già nel momento in cui prova a formularli su un semplice foglio; ma non prima di aver osservato ed essersi osservati, anche nell’atto dello scrivere, e - continuando l’osservazione pure dopo aver riposto la penna - registrare l’effetto generato in noi dalle parole che ci siamo permessi di tracciare sulla carta.
E lo scrivere può anche essere una forma di preghiera. Infatti, la dimensione più sottile e profonda della scrittura è, probabilmente, quella spirituale. Scrivere può trasformarsi in un atto sacro, anche per chi non crede: quando ci si lascia attraversare dalle parole senza volerle controllare, ci si apre a qualcosa che va oltre la propria volontà.
“Tutte le parole che diciamo fuori non sono che simboli della Parola che Dio dice dentro di noi”, predicava Meister Eckhart. Scrivere può trasformarsi allora nel mettersi in ascolto delle parole di quel Mistero che dimora in noi; non sappiamo da dove arrivino certe immagini - se dall’inconscio, dalla memoria, da qualcosa di più grande - ma trasponendole, materializzandole attraverso il gesto della scrittura, ci lasciamo interrogare da esse, entriamo in dialogo con noi stessi, con ciò che non possiamo nominare. In questo modo la parola scritta può diventare un filo che connette esterno e interno, finito e infinito: un ponte tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che può ancora essere. Questo scrivere - consapevole - non è un semplice passatempo, ma un gesto radicale, addirittura rivoluzionario. Perché ogni volta che scegliamo di fermarci e di guardarci dentro, di dare voce a ciò che in noi tace, compiamo un atto di coraggio e di tenerezza insieme: il coraggio di affrontare ciò che ci spaventa e la tenerezza di accoglierlo senza giudizio.
“La prima cosa che faceva era aprire il quaderno. Non per scrivere subito, solo per aprirlo. Il gesto aveva qualcosa di inutile e necessario insieme, come accendere una luce in una stanza dove si entra di rado. Le pagine bianche non chiedevano nulla: stavano lì, mute, in attesa.
A volte scriveva una frase sola, altre una parola che non aveva la pretesa di spiegare alcunché. Lo faceva senza cercare ordine o senso: lasciava che la mano trovasse un passo, come quando si cammina senza sapere bene dove si va. Stava lì, in ascolto, non di un suono o di una voce, bensì di tornare in quel posto speciale. E allora, via via che il testo si componeva sotto la sua mano, la mente smetteva di fingere di essere infinita e si lasciava misurare; era come tracciare un confine, era come plasmare una coppa capace di accogliere i suoi pensieri che, come acqua, senza una forma in cui essere accolti, sarebbero altrimenti tracimati. Ecco, scrivere gli permetteva di non scappare mentre si guardava dentro.
E mentre guardava si accorse che alcune frasi tornavano, che cambiavano appena, come se stessero cercando il modo giusto di dirsi. Non si trattava di pensieri nuovi, solo pensieri che non avevano mai avuto voce. E mentre guardava imparò che scrivere non chiariva tutto, e che anzi, a volte rendeva il quadro più opaco, ma di un’opacità dal sapore diverso, un’opacità silenziosa che non pretendeva risposte immediate.
Ci furono sere in cui, rileggendo, ebbe l’impressione che il quaderno avesse una sua misteriosa saggezza: le frasi scritte nei giorni lucidi parlavano a quelle dei giorni stanchi, senza che nessuna pretendesse di avere la meglio. Ma, soprattutto, divenne evidente una cosa sottile: ciò che non veniva scritto riappariva in altre forme, al pari di un ospite che tornava a bussare alla sua porta senza essere visto. Invece, quel che aveva trovato espressione in una riga, ciò che era stato descritto in una frase anche imperfetta, smetteva di premere da dentro. Non c’era bisogno di confessare, né di analizzare, solo di stare senza mettersi in posa.
Era chiaro: scrivere non serviva a farlo sentire migliore, solo a non perdersi del tutto. A lasciare una traccia quando la mente si faceva confusa. A dire: «Ero qui, anche se non so ancora chi».
Certe volte chiudeva il quaderno con una sensazione precisa, difficile a dirsi: come se qualcosa fosse stato accolto, anche se non era stato risolto. E questo bastava.
Il giorno dopo, la vita riprendeva con tutto il suo meraviglioso e perenne trambusto. La realtà non era diventata più semplice, forse più nitida. E proprio grazie a questo nuovo nitore appariva adesso al suo cuore un po’ più… abitabile”.