Pagina 2 di 3
Jellaludin Rumi lo aveva intuito otto secoli fa: “Anche se sono una folla di dolori, che violentemente spazza via dalla tua casa ogni mobilio, tratta ogni ospite con rispetto, comunque. Forse stanno facendo spazio per prepararti a qualche nuova gioia”. Scrivere è un modo per accogliere ogni tuo ospite: praticata con verità, la scrittura insegna proprio che il dolore, se ascoltato, può diventare terreno fertile.
Si può scrivere per sopravvivere. La prima funzione della scrittura terapeutica è quella catartica. Quando scriviamo senza censura - quando permettiamo alle parole di uscire con la stessa urgenza con cui si piange o si urla - si liberano energie psichiche che altrimenti resterebbero intrappolate. Il freeform writing, ad esempio, invita a scrivere per dieci o quindici minuti tutto ciò che attraversa la mente, senza preoccuparsi di senso, grammatica o logica. In questo flusso, apparentemente caotico, accade qualcosa di semplice: la mente si svuota. I pensieri, le emozioni e le ossessioni che girano in tondo dentro di noi trovano una via d’uscita. La pagina diventa un contenitore sicuro in cui depositare il peso del vissuto, un luogo in cui poter dire l’indicibile. Alcune pratiche prevedono persino la distruzione del testo scritto (strapparlo, bruciarlo, gettarlo) come gesto simbolico di liberazione. Studi neuroscientifici riportano che questo semplice gesto può ridurre significativamente emozioni come la rabbia o la vergogna. È come se, insieme al foglio, eliminassimo dal corpo l’eco emotiva di ciò che abbiamo scritto.
Si scrive per cercare di capire. Se la scrittura catartica libera dal peso emotivo, quella riflessiva ci conduce verso il centro di noi stessi. “Scrivere è pensare con le mani”, ha detto lo scrittore norvegese, premio Nobel, Jon Fosse. E in effetti, scrivere è una forma di pensiero incarnato, un esercizio di consapevolezza, perché ci obbliga a rallentare. Non possiamo scrivere alla stessa velocità con cui pensiamo, e questo ci costringe a scegliere le parole, a ordinare le emozioni, a dare forma a ciò che era indistinto. Nel momento in cui mettiamo in fila le parole, siamo costretti a osservare ciò che ci abita, si crea una “sana” distanza tra noi e la nostra esperienza. Da osservatori del nostro mondo interiore, possiamo iniziare a interpretarlo utilizzando la scrittura come uno specchio che – in quanto tale - a volte riflette aspetti di noi che non vogliamo vedere: paure, fragilità, contraddizioni, desideri repressi. Ma proprio da quell’incontro con la verità nasce la possibilità del cambiamento. Donald M. Murray, teorico della scrittura come processo, la definiva uno strumento di scoperta: scrivendo, scopriamo ciò che pensiamo davvero.
Si può scrivere per cambiare. Ogni parola scritta è un tentativo di trasformazione. Se la scrittura catartica libera e quella riflessiva comprende, quella trasformativa trasfigura. Trasforma il vissuto in racconto, il caos in struttura, il trauma in narrazione. Quando raccontiamo un’esperienza, la stiamo già riorganizzando, perché stiamo riconoscendo un inizio, uno sviluppo, una fine, le stiamo attribuendo significati. Questo processo narrativo è essenziale: non possiamo cambiare ciò che è accaduto, ma possiamo cambiare il modo in cui ci raccontiamo ciò che è accaduto. E in questa riscrittura la nostra identità si rinnova. Scrivendo cerchiamo di comprendere, e man mano che comprendiamo, ci trasformiamo.
Si scrive soprattutto per ascoltarsi. In un mondo in cui gli stimoli esterni prevaricano costantemente quelli interni, la scrittura ci restituisce al silenzio, regalandoci l’opportunità di esprimere un gesto radicale di presenza. Sedersi davanti a una pagina bianca significa accettare di stare con sé stessi, di confrontarsi con le proprie ombre e con i propri desideri.
La pratica quotidiana della scrittura funziona se è un esercizio di ascolto senza giudizio. Scrivere ogni giorno, anche quando non si ha nulla da dire, insegna a rispettare il ritmo naturale dei propri pensieri. E nel farlo, la scrittura diventa un luogo di meditazione: un laboratorio interiore in cui osservare, accogliere e trasformare. E infatti la pratica di tenere un “diario filosofico” non vuol dire semplicemente registrare accadimenti: è un gesto che mette in forma il pensiero, un laboratorio in cui l’io si osserva, si ascolta e - ascoltandosi - si ricostruisce. Non a caso nella filosofia antica, tenere un diario era una delle cosiddette tecniche di sé, ovvero pratiche destinate a coltivare l’interiorità e la libertà, dove lo scrivere equivaleva al tornare a sé: epistrophé, cioè conversione dello sguardo, “dallo sguardo rivolto verso il mondo a uno sguardo rivolto verso sé stessi” (Michel Foucault).
Lucio Anneo Seneca, Marco Aurelio, Michel de Montaigne, Soren Kierkegaard, Simone Weil, Etty Hillesum e molti altri autori: tutti hanno usato la scrittura diaristica come strumento per esaminare le proprie emozioni, chiarire i valori in gioco, deliberare sulle azioni, analizzare ciò che altrimenti rimarrebbe confuso. Per “diario filosofico” si intende un quaderno su cui non ci si limita a registrare ciò che accade, ma ci si interroga sul senso di ciò che accade. È una pratica che unisce introspezione e comprensione di sé, osservazione, esercizio critico e ricerca della verità personale, nonché cura di sé. Attraverso questo esercizio di scrittura si ricerca la coerenza tra ciò che si fa e ciò che si crede; si analizza una emozione in termini di valori e significato; si esplorano tensioni interiori; si chiariscono le proprie intenzioni; si purifica il pensiero dal superfluo; si trasforma la vita quotidiana in riflessione esistenziale. E per farlo è sufficiente porsi semplici domande, tipo: “Cosa ho scoperto oggi su me stesso?”; “Cosa mi ha ferito e perché?”; “Quale valore ho tradito? Quale ho onorato?”; “Quale paura ha guidato la mia decisione?”; “Cosa posso fare per essere più libero domani?”; “Cosa è essenziale per me in questo momento?”; “Oggi, cosa ha dato forma alla mia giornata: il caso o una scelta?”.