Alcune riflessioni
Abbiamo letto insieme, con chi ne è stato testimone, uno squarcio dei bagliori della parte finale della vita di due grandi esseri. 
Quest’ultima fase dell’esistenza è di capitale importanza per ognuno di noi. Essa, se adeguatamente preparata, è carica di insegnamenti preziosi. In quei due vecchi saggi, l’età che avanza sembra portarli sempre più vicini alla loro verità personale che forse, durante la vita, avevano evitato di rendere esplicita, per svariate ragioni. Hesse, da artista e uomo con una sua speciale spiritualità, svela alcuni segreti di sé negli incontri con Serrano, e Jung fa allusioni precise al proprio credo di alchemico e gnostico che tanto poco sarebbe piaciuto e ancora poco piace ai suoi seguaci ed emuli.
Possiamo trarne spunti utili per noi stessi? Crediamo di sì. Si tratta di prepararsi a quel periodo della vita portando la nostra attenzione su ciò che stiamo vivendo ora, ma anche orientando lo sguardo su un altrove di cui non abbiamo certezza alcuna… 
Parlando di vita, necessariamente parliamo di quella felicità che da sempre ognuno di noi desidera e cerca: ed ecco quella fretta, quell’inquietudine che forse ci attanaglia e che magistralmente farà scrivere a Fitzgerald: “Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato”.[4]
Lo sforzo tutto e solo umano di perseguire la felicità e/o quell’altrove, potrebbe considerarsi vano perché un essere apparentemente finito sembra non potersi procurare l’infinito: a meno che, per quanto riguarda quel misterioso altrove, egli non abbia a sua disposizione alcuni mezzi con cui avrà provato a cimentarsi prima della dipartita. Il pensiero gnostico ci parla dell’individuo come di un essere abitato da una scintilla divina che può ardere se adeguatamente nutrita.
Ma vediamo. Molte filosofie puntano all’estinzione del desiderio come via per una felicità duratura: secondo queste teorie ci procuriamo noi stessi il dolore della mancanza, desiderando ciò che comunque non potrà soddisfarci. Potrebbe il desiderio essere considerato un senso di vuoto creato dalla coscienza per gestire in qualche modo la paura della morte?
Luzi ci risponde:[5]
Di che è mancanza questa mancanza, 
cuore, 
che a un tratto ne sei pieno?
Di che?
Rotta la diga
T’inonda e ti sommerge
La piena della tua indigenza…
Viene, forse viene da oltre te un richiamo
Che ora
Perché agonizzi non ascolti”.
Ci viene una riflessione: siamo forse più impegnati a non morire invece che a vivere?
Infinita assenza o infinita mancanza? Agostino scrive: “Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te”.[6]
Per lui sembra che sia l’inquietudine a portare alla felicità perché l’insoddisfazione mai placata dalle cose del mondo, che sono corruttibili e passeranno (come ci ripetono i Vangeli gnostici e canonici), non è un’infinita assenza ma un’infinita mancanza. Forse il sentimento di mancanza può essere considerato la traccia della presenza di un Amore. Un Amore che ci vuole far tornare a uno stato di pienezza già assaporato, ma che ci è sfuggito di mano? E perché lo sento come assente? Cosa scricchiola così tanto in me da farmi scambiare assenza e mancanza?
Per come la penso, l’assenza è un vuoto assoluto mentre la mancanza potrebbe essere un continuo invito a evolvere per tornare a quello stato di incorruttibilità dal quale forse proveniamo...
Quando non sento Dio, penso: è partito e tornerà, ma ora è presente in me con i suoi doni, tocca a me. Pensiero infantile? Forse…
Mi consola E. Hillesum che dal campo in cui è rinchiusa scrive:
“Una cosa diventa sempre più evidente per me e cioè che Tu non puoi aiutare noi ma che siamo noi a dover aiutare Te e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”.[7]
Possiamo dire che spesso viviamo in uno stato di mancanza che è una chiamata all’amore infinito?
Chi scrive se lo chiede ma non afferma niente.
Maria Maddalena piange[8] quando viene attaccata da alcuni apostoli, perché donna e depositaria di una verità che essi negano solo lei possa conoscere. Queste lacrime ci orientano a integrare il nostro dolore e il nostro senso di mancanza e ci fanno intuire che nelle nostre ferite più profonde si cela la Luce. È possibile non smarrire tale speranza che a momenti pare diventare certezza, in altri scompare e ci lascia nel buio? Certezza, dubbio… Il dubbio rimarrà sempre. Quel dubbio che per Agostino è un passaggio obbligato per raggiungere la verità. Ricordando il pensiero socratico: il dubbio stesso è l’espressione della verità. Non potremmo dubitare se non esistesse una verità in grado di sottrarsi al dubbio.
La verità, di conseguenza, non può essere di per sé conosciuta. La prova della sua esistenza risiede nella capacità di mettere in dubbio quanto appare vero ma che, invece, è solo illusorio. La verità e Dio, ci dice la Gnosi, sono inconoscibili. 
La mia mente non può andare oltre: sento ancora quella voce che sussurra: non smarrire mai la speranza! Se questo fosse davvero così, quel giorno, su quell’ultimo letto, ricordiamoci di abbandonarci e di aprire le mani per accogliere… Troppe volte, invece, ho visto le mani di chi vi è giunto stringersi in un pugno.
  
[4] Fitzgerald F.S, The great Gatsby, Max Perskin, 1950, NY.
[5] Luzi M., Sotto specie umana, Garzanti Editore, Milano.
[6] Agostino di Ippona, Le confessioni, Feltrinelli, Milano.
[7] Hillesum E., Diario, Feltrinelli, Milano.
[8] Vangelo di Maria, Moraldi, pag. 26, Adelphi Ed, 1076.