Ma perché alla musica riesce di portare ciascuno di noi, meglio e prima di qualsiasi atto creativo, lì dove dovremmo andare? Che cosa la musica può distruggere e cosa può edificare in noi? Indagando appunto sul senso della musica secondo Gurdjieff, Laurence Rosenthal ha cercato di dare una risposta: «Tutti abbiamo potuto fare esperienza del potere associativo della musica, o semplicemente del suono. Sembra che tale potere sia la risultante di precise relazioni matematiche tra la proprietà del suono e l’apparecchio ricettore dello psichismo umano. Il funzionamento di queste relazioni costituisce uno dei misteri più profondi della musica. Certe progressioni, certe qualità del suono, le loro combinazioni, la loro distanza nel tempo, provocano nell’ascoltatore sensazioni ed emozioni particolari mutualmente condivise, almeno nell’esperienza comune di una data cultura. Questo fenomeno è tanto innegabile quanto apparentemente inspiegabile. È senza dubbio il risultato di una risonanza simpatica attiva all’interno dell’uditore: tale risonanza può anche far scattare delle associazioni mentali con esperienze passate, anche se la connessione tra suono e memoria sembra oscura e sconosciuta» (La via maestra – George I. Gurdjieff, Edizioni Riza).
Oltre a essere un’arte la Musica diventa a questo livello anche una scienza, che al pari di un elemento alchemico riesce a produrre in coloro che l’ascoltano una reazione non casuale, bensì costante nell’alambicco della nostra interiorità. E diventa altresì uno strumento, un ponte tra corpo e anima, una dimensione allo stesso tempo umana e divina. Perché la musica è capace di far spalancare le porte di menti e cuori affinché si aprano alla possibilità di contemplare l’invisibile. E si offre come lingua universale, la sola adatta a descrivere lo stupore che soggiace nel mondo, essendo un’arte capace di esprimere l’inesprimibile e narrare l’inconoscibile, perché – come suggeriva Victor Hugo – sa manifestare quel che non può essere detto e comunicare ciò su cui è impossibile tacere.