La sera scese senza che la cappa di delusione che lo sovrastava scemasse. Si sentiva assediato da se stesso, impossibile trovare rifugio nel sonno. E mentre, sconfitto, stava per affidare la propria amarezza alle lacrime, a notte ormai fonda bussarono alla porta: «Toc, toc…». Pensò di avere sentito male, di essersi solo immaginato quel rumore. Passati pochi istanti d’allerta, bussarono ancora e in modo più deciso di prima: «Toc, toc, toc…». Era reale. Si alzò confuso e brancolante dal suo giaciglio, accostò l’orecchio e chiese: «Chi è?». Una voce chiara e calma dall’altro lato rispose: «Sono Saggezza». D’istinto aprì, chiedendosi tra sé se, prima di farlo, non fosse stato più prudente conoscere meglio l’identità dell’ospite. Ma ormai era fatta. La luce della fioca lampada che illuminava l’ambiente lambì i contorni di chi stava sulla soglia: era una giovinetta. Con un gesto la invitò a entrare: aveva un corpo flessuoso e lunghi capelli scuri sfiorati dal pallido riverbero della luna, i suoi piccoli piedi sembravano accarezzare il pavimento di pietra su cui lentamente poggiavano. Si sedette e prese a dire guardando l’uomo negli occhi: «Vengo da messaggera del mio popolo. Mi è giunta voce che tu conosci tutti i miei sudditi». Frastornato,l’altro chiese: «Di chi, sei signora?». Un lieve sorriso attraversò l’espressione della fanciulla: «Cos’è che tu sostieni di conoscere meglio di te stesso?». L’altro non esitò: «Le parole». Lei ne fu soddisfatta. E riprese: «Leggo stupore nei tuoi occhi». «Come può mai essere? Le parole non hanno padroni e la saggezza non si addice alla gioventù», le rispose andandosi a sedere a rispettosa distanza. 

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