il profilo dell'accompagnatore
Gent. Prof. Serra,
torno a scriverle rispetto alla sua recente risposta sull'accompagnamento spirituale, per la quale la ringrazio davvero. Sto riflettendo e mi sorgono dei dubbi, soprattutto partendo da un'idea centrale, spesso trattata anche in questa rubrica: tra il lavoro psicologico e quello spirituale non c’è una linea di demarcazione netta. Il lavoro sull'ombra e sulle nostre ferite è essenziale per aprirsi a una vera spiritualità che non sia compensativa. Da questo si dedurrebbe che la figura dell'accompagnatore spirituale debba essere quella non soltanto di una persona spiritualmente matura, ma che abbia anche delle competenze di tipo psicologico? Per poter intuire cosa si cela dietro una chiusura o un meccanismo di difesa che impedisce di progredire spiritualmente... Grazie per la sua risposta.
La trama che le dimensioni psicologica e spirituale generano in ogni persona difficilmente presenta una linea divisoria netta. Questa è l’idea centrale che emerge dalla sua domanda e che segue il filo di questa rubrica, come ben sottolinea. Rispondere è importante, perché aiuta anche a comprendere cosa possiamo aspettarci da un accompagnatore spirituale e quali sono i limiti del suo compito. In che consiste la relazione tra natura e grazia, tra psicologia e spiritualità?
La teologia cristiana trova in Gesù Cristo il modello più profondo di integrazione tra umano e divino. Nel mistero dell’incarnazione non si prescinde da nessuna di queste due realtà. Il Concilio di Calcedonia (oggi Turchia) celebrato nell’anno 45, definì che queste due nature erano unite senza confusione, senza cambiamento, divisione o separazione. Non c’è confusione: pienamente Dio e pienamente uomo. Non c’è cambiamento: ogni natura permane intatta. Non c’è divisione: una sola persona che attua. Non c’è separazione: si tratta di un’unità totale e irreversibile. Ognuno di noi vive la relazione tra natura e grazia in modo simile, con tutte le sfumature del caso.
Torniamo alla relazione tra psicologia e spiritualità sulla base di quanto detto finora. Un libro molto interessante sulla questione, Il monaco e la psicoanalista, di Marie Balmary, raccoglie un dialogo fecondo tra i due protagonisti: il monaco che parla di spiritualità e la psicoanalista che parla di psicologia, entrambi con conoscenze mediche. Si chiedono la differenza tra curare e salvare. Quando sono malato, ho bisogno di curarmi. Una buona diagnosi e un trattamento adeguato possono far sparire la malattia. Se sento invece che ho bisogno di salvarmi, la situazione di complica. Sentirsi persi, sperimentare il limite o sentirsi impotenti sono esperienze diverse. Nella cura, la soluzione è più o meno alla portata ed è frutto della volontà. Nella salvezza, no. Ci sono più ingredienti, o meglio, altri ingredienti. Si tratta di un’esperienza antropologica, spirituale e religiosa.
Ricordiamo un principio: ogni problema deve risolversi sul piano in cui si presenta. Come ben dice, Il lavoro sull’ombra e sulle nostre ferite è essenziale per aprirci a una vera spiritualità, che non sia compensatoria. Ma esistono varianti che generano combinazioni più complesse. Il fatto che non sempre le difficoltà psicologiche si risolvono in modo soddisfacente può aiutarci a rimanere umili, perché la mancanza di perfezione è un colpo al nostro ego e riduce la vanità e il narcisismo, che degradano la spiritualità di una persona. Basta leggere la biografia di grandi personaggi per rendersene conto.

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