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Gent.ma dott.ssa Valerio,
quanto della nostra identità è costruito attraverso le storie che raccontiamo su noi stessi? Se impariamo a non identificarci completamente con queste storie, soprattutto nei loro lasciti negativi, cosa rimane di noi? Cioè, spesso si dice che costruiamo una falsa personalità e allora mi chiedo "chi sono veramente"? Questo può emergere spontaneamente quando ci disidentifichiamo dal "costruito" oppure dai falsi atteggiamenti? Grazie per la Sua risposta.
Una domanda, questa, veramente interessante e centrale, cara e gentile Lettrice, che riguarda sia i percorsi di cura che la nostra individuazione. Ricordo che un grande maestro insegnava che la storia con cui una persona arriva in analisi è quella che lo ammala, e sta al terapeuta scoprirne una nuova. Era solito dire: “Non mi racconti la sua storia, che l’ha resa così, sarò io che saprò un giorno scoprirla e narrargliela”. La nostra posizione è un po’ differente, anche se la sua autorevole provocazione merita un sorriso, perché cela una verità tanto radicale quanto spiazzante.
Le vicende che via via scopriamo, all’inizio dei nostri percorsi o durante la giovinezza e la prima adultità, rendono il quadro della nostra nascita e della nostra infanzia vivido, complesso, intensamente umano. Spesso doloroso, tanto che a volte si corre il rischio di identificarsi solo come vittime di alcune situazioni - come lei ben descrive - o mancanti di considerazioni, di affetti, di sguardi. Accanto a questo, ci accorgiamo che i fattori personali entrano in gioco in modo determinante: fratelli e sorelle che hanno gli stessi genitori reagiscono in maniera assai differente, grazie agli archetipi che si costellano al momento della loro nascita. Purtroppo, una certa psicologia spicciola tende a ricondurre la personalità di ciascuno solo alla sua biografia infantile, generando così temperamenti dipendenti che protesteranno tutta la vita per le condizioni avverse dell’esistenza (dal tempo meteorologico, agli avvenimenti storici e politici ai fatti che avvengono loro), come se dovesse esserci un’entità superiore che potesse garantire l’assenza di frustrazioni e di sofferenza.