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Ed è qui che la sua domanda diventa preziosa, perché ci mette davanti a un bivio. Quel mestiere è stato una colpa da dimenticare, oppure qualcosa che ancora mi riguarda? La verità è che non è né l'una né l'altra cosa. Non è una colpa e non è nemmeno un semplice ricordo. È una radice.
Il mondo ha un suo modo di nominare le cose e spesso lo fa da lontano. Vede il fatto, ma non la necessità che lo ha generato, vede la superficie, ma non la ferita da cui quella superficie è nata. Non tutto ciò che ci ha salvati era puro. Non tutto ciò che ci ha tenuti in piedi era già luce. Ma l'occhio dello spirito non cerca l'assoluzione facile, cerca la scintilla nel luogo più contraddittorio e qualche volta la trova proprio lì, sotto la cenere, dove nessuno penserebbe di guardare.
Forse ognuno di noi ha un tavolo come quello. Ognuno di noi porta, da qualche parte, un gesto compiuto nel buio per non affondare. Una cosa fatta quando eravamo troppo giovani o troppo soli o troppo nella sofferenza per scegliere diversamente. Un lavoro umile, una bugia ritenuta indispensabile perché la verità era insostenibile, una porta presa di corsa, un compromesso che oggi non racconteremmo a nessuno. Lo abbiamo nascosto, ne abbiamo avuto vergogna, abbiamo creduto fosse la macchia sulla nostra storia. Forse, oggi, potremmo guardarlo un'ultima volta. Non per giudicarlo. Per riconoscerlo.
Perché talvolta quella cosa di cui ci vergogniamo non è soltanto una macchia: è anche la forma imperfetta con cui la vita, dentro di noi, ha rifiutato di morire.
È facile avere pietà di quel ragazzo. Più difficile è averla dell’adulto che siamo diventati, con le sue contraddizioni, le sue zone d’ombra, le sue scelte imperfette. Eppure, forse, il lavoro comincia proprio lì: quando smettiamo di usare la verità contro noi stessi e impariamo a guardarla senza trasformarla in condanna. Non sei una macchia. Anche ciò che in te è nato nella paura può essere stato, in quel momento, il modo imperfetto con cui la vita ha cercato di non spegnersi.
E forse nessuno di noi sarebbe esattamente chi è, senza quel gesto compiuto nell'ombra che ancora non abbiamo osato chiamare per nome. Lo chiamiamo errore, lo chiamiamo vergogna. Ma forse, un giorno, troveremo il coraggio di chiamarlo con il suo nome vero. Il primo modo, goffo e disperato, con cui un bambino che non doveva restare in quel buio ha cercato, da solo, la luce.