ragazzo che legge i tarocchi
Cara Redazione,
leggo la rivista da qualche anno e a questi testi devo molto. Forse è proprio per questo che mi sono fermato quando, cercando in rete, ho trovato vecchie pagine che parlano del vostro direttore. Una cosa in particolare mi è rimasta addosso, che da ragazzo, per anni, abbia fatto il cartomante. Non ve lo chiedo per giudicare. Non mi scandalizza. Mi chiedo piuttosto come si tengano insieme quel ragazzo e l'uomo che leggo qui. È vero che è stato un cartomante? E se è vero, quel mestiere che cos'è stato per lui, una colpa da dimenticare oppure qualcosa che in qualche modo lo riguarda ancora? Vi ringrazio se vorrete rispondermi con sincerità. Matteo
Gentile Matteo, abbiamo girato la sua domanda a Giovanni M. Quinti che risponde qui direttamente. Buona lettura.
 
C'è un ragazzo di diciassette anni seduto a un tavolo piccolo, in una stanza che non è sua. Di fronte a lui una donna che non ha mai visto, le mani strette intorno a una tazza ormai fredda, gli occhi che cercano qualcosa. Tra loro, un mazzo di carte. Il ragazzo le dispone con una calma che non possiede, perché dentro ha più paura di lei. Quella donna è venuta a cercare una risposta. Lui è lì per una ragione che non dirà a nessuno, quelle carte sono la sua unica via per uscire da una casa da cui deve andarsene e ogni moneta che riceve è un passo verso la porta. Quel ragazzo ero io.
Sì, è vero. Per sei anni, dai 17 ai 23 anni, ho fatto il cartomante. Lo dico subito e senza abbassare la voce, perché un segreto perde il suo potere solo quando lo si pronuncia per primi, prima ancora che un altro abbia finito di chiederlo. Non è una colpa che nascondo. È una soglia che ho attraversato. Avevo imparato a leggere i volti molto prima di imparare a leggere le carte. L'avevo imparato in casa, dove la salvezza di un bambino dipende dal capire, un istante prima degli altri, quando un viso sta per cambiare. Quando mi sono seduto a quel tavolo non ho dovuto imparare nulla di nuovo. Sapevo già guardare la paura dell'altro, perché per anni era stata la mia.
Potrei spiegarle che era il bisogno di denaro a muovermi, ed è vero, il denaro veniva prima di ogni altra cosa. Potrei dirle che me ne sono andato presto da un luogo dove un bambino non avrebbe dovuto restare e anche questo è vero, anche se di quel luogo non parlerò qui. Ma se mi fermassi a questo le avrei raccontato una cronaca parziale e forse posso fare qualcosa in più. Perché quando oggi mi guardo indietro non riesco a ridurre tutto alla parola imbroglio. Vedo anche un gesto. Vedo un ragazzino che si siede davanti a una persona impaurita e prova, con gli strumenti poveri che aveva, a dirle qualcosa di vero sulla sua vita. Lo faceva per fuggire dalla sua casa d’origine, è vero, ma lo faceva anche con tutto il cuore. Le due cose convivevano senza contraddirsi. Quel gesto non l'ho mai abbandonato. Oggi le carte non sono più il mio mestiere, né sono il fondamento del lavoro che propongo. Ma non posso fingere che quel linguaggio, povero e imperfetto, non sia stato per me una prima scuola dell'ascolto, del simbolo, della paura umana davanti al futuro.
C’è una cosa che allora non sapevo dire. Quelle carte erano la forma più visibile (e anche più vendibile) che quella ricerca aveva preso. Il centro era altrove: in un bambino che parlava con Dio quando non aveva nessun altro con cui parlare e che si rifugiava nell’invisibile perché il visibile faceva troppo male.

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