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Più avanti, questa persona può iniziare a dirsi: «Quello che ha detto mi ha ferito moltissimo, ma so anche che questa mia ferita viene da lontano». Questo non assolve l’altro, ma genera in noi una consapevolezza: la mia reazione appartiene in parte alla situazione attuale, ma in larga parte alla mia storia personale.
Qui nasce un primo grado di libertà: poter sentire la ferita senza consegnarle il comando dei miei comportamenti. Posso dirmi “sento rabbia, mi viene voglia di attaccarti, ma so che il problema non sei tu, è la mia antica paura di essere rifiutata”. Inizia a nascere uno spazio interno in cui possiamo scegliere cosa dire o cosa fare... Non più il “dovere di essere buono”, ma “posso scegliere di non reagire alla tua aggressività, perché non sono più schiavo degli effetti della mia ferita”.
Se impariamo a separare l’offesa dalla ferita, possiamo iniziare a discernere con più lucidità. Ad esempio, l’altro può dirmi: «Hai sbagliato!» e sento un colpo perché nella mia storia sbagliare significava “non valere nulla”. Posso allora riflettere: “la tua critica può essere legittima, e il dolore che provo appartiene alla mia storia”. Oppure, qualcuno mi dice: «Non sono d’accordo con te” e mi accorgo che sta toccando la mia ferita da rifiuto.
Diverso è se qualcuno ci insulta spesso, ci umilia o ci minaccia; in questo caso non possiamo liquidare la questione con un “devo lavorare sulla mia ferita”, ma rendere l’altro responsabile dei suoi comportamenti, e difenderci. C’è una differenza importante tra accogliere ciò che sento e accettare quello che l’altro fa. Posso accogliere la mia rabbia ma non accettare che l’altro mi insulti; posso comprendere che anche l’altro ha delle ferite, ma non per questo farmi ferire continuamente; posso allontanarmi da qualcuno senza odiarlo; posso perdonare ma al contempo mettere un confine chiaro.
Potremmo ipotizzare dei livelli di progressione del lavoro interiore: 1. “Devo attaccarti, altrimenti mi distruggi”, 2. “Devo capire perché ciò che fai mi distrugge”. 3. “Sento cosa mi genera quello che fai, posso calmarmi e scegliere cosa è meglio fare”.
La libertà più alta è quella di chi ha costruito la capacità di difendersi o di attaccare, ma sceglie di non farlo, perché non ne ha più bisogno. E può dire con fermezza: «No, questo non ti permetto di farlo». Non con rabbia, non per vendetta, ma come un confine lucido che può permette anche l’altro di progredire. Allora il confine diventa espressione di amore per l’altro. Posso vedere anche la tua ferita e trasformare il confine in compassione.