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«Fino a che punto bisogna sopportare quando l’altro ci maltratta e ci offende? Quando è giusto reagire e attaccare di conseguenza?» mi chiede un’amica raccontandomi di una dinamica con sua cugina. Rispondo con una frase che le appare sibillina: «Il limite della sopportazione dipende dal grado di guarigione delle tue ferite». Cerco così di spostporgere lare il quesito su un altro piano: con quale parte di me sto reagendo a quello che l’altro mi fa o mi dice? Il limite fino al quale riesco ad accogliere l’altro è lo stesso limite che ho nell’accogliere me stesso. Segna il grado di lavoro interiore sulle ferite essenziali che sono riuscito a compiere fino a quel momento.
Lavorare sulle proprie ferite non significa diventare disponibili a subire qualsiasi cosa. Più il lavoro interiore procede, più si distingue meglio ciò che appartiene alla mia ferita da ciò che appartiene alla relazione con l’altro e alle sue stesse ferite.
Cosa accade dentro di me nella dinamica? Uno stesso comportamento può provocare reazioni molto diverse in persone diverse. Una parola può risultare per qualcuno insignificante, ma per un altro essere come un coltello che affonda nel cuore... C’è l’azione dell’altro, e c’è il significato che quell'azione assume dentro di me, perché la mia ferita preesistente amplifica e deforma ciò che ricevo.
Ad esempio, quand’ero bambina e tentavo di comunicare una sofferenza o un comportamento che mi aveva ferita, mi veniva detto con tono di scherno: «Quanto sei sensibile!», svalutando ciò che provavo e facendomi sentire che non era reale, quindi io non ero reale. In me si incideva un codice: nessuno ti vede, quello che senti non conta... ed è sbagliato sentire.
Quando l’io inizia ad auto-osservarsi, cioè a mettere una distanza psichica tra “l’io sono” e le proprie ferite ed emozioni, può non soltanto sentirle, ma anche osservarle, vederne l’origine, accoglierle... Questa distanza dal proprio dolore, al fine di poterlo incontrare e conoscere, conduce alla “disidentificazione dalle ferite”: esse non determinano più la mia identità e le mie reazioni.
Quando invece non ci occupiamo della nostra interiorità, l'altro dice qualcosa e la reazione è immediata: mi stai facendo del male, ce l’hai con me, devo reagire. Non c'è nessuno spazio tra stimolo e risposta. Mi tocchi la ferita, e siccome io “sono” quella ferita, stai aggredendo “me”, e reagisco all’istante.
A questo livello, porgere l'altra guancia inteso come principio morale e assoluto, è pericoloso. Una persona potrebbe fraintendere e scambiare lo schiaffo incassato per: capacità di sopportazione, valore della sottomissione, o giustificare l’abuso per via delle ferite dell’altro, ecc. giungendo a negare il proprio dolore. Qui il compito è imparare prima di tutto a mettere dei confini, a proteggere la propria vulnerabilità e, nel frattempo, iniziare a lavorare sulle proprie ferite.