Un tesoro dalle sabbie di Nag Hammadi
Una rappresentazione in termini simbolici di ciò che accade nell’interiorità dell’essere umano. Un racconto di speranza dove non c’è peccato né condanna, solo un sonno dal quale la nostra coscienza può risvegliarsi per tornare alla sua vita di Luce.
NHC II, 1, 1-32, 9; NHC IV, 1, 1-49, 28; NHC III, 1, 1-40, 11
Nell’Universo sorto dalle sabbie di Nag Hammadi, queste coordinate conducono direttamente a quello che viene considerato a tutti gli effetti un best seller della letteratura gnostica, l’Apocrifo di Giovanni, ovvero il Libro segreto di Giovanni.
Difatti sono addirittura tre le versioni rinvenute nel ritrovamento del 1945, tre versioni non perfettamente corrispondenti e diversamente conservate. Dopo di che esiste una quarta “coordinata”, la BG 19, 6-77, 7, inclusa all’interno del Papyrus Berolinensis rinvenuto nel 1896. Ci troviamo, dunque, di fronte a quello che oggi definiremmo un vero e proprio classico dello gnosticismo. Fino a qui gli aspetti documentali. Poi c’è il tesoro vero e proprio, ovvero il testo, il contenuto, le parole e il messaggio che l’Apocrifo di Giovanni testimonia.
In questo articolo toccheremo, a grandi linee, gli aspetti “cosmogonici”[1] presenti nelle quattro versioni, concentrandoci soprattutto su una parte assente tra i reperti di Nag Hammadi (quella del Papyrus, appunto) e che in qualche modo apparenta quest’opera a diversi altri testi, gnostici e non. Ma procediamo con ordine. Partiamo col chiederci: qual è la struttura dell’Apocrifo di Giovanni? Si può dire di avere a che fare con un trattato che si presenta come un dialogo di rivelazione tra il Salvatore e Giovanni, il discepolo amato, la cui struttura narrativa intende emulare il vangelo canonico, ma con lo scopo di superarlo, integrandone e reinterpretandone i significati alla luce di una conoscenza esoterica. Il termine “apocrifo”, che indicava un testo riservato agli iniziati, più che alludere a un mistero, si riferisce a una verità profonda, da custodire e trasmettere solo a chi è pronto ad ascoltarla. L’opera si presenta, infatti, come la chiave di lettura nascosta delle origini dell’universo, ma soprattutto - e come gran parte dei testi gnostici - quel che viene narrato va inteso come metafora e rappresentazione, in termini “mitici”, di quel che accade nell’interiorità dell’uomo.
[1] La cosmogonia è il racconto o la dottrina che spiega l’origine e la formazione dell’universo.