Un futuro scintillante, un mondo completamente automatizzato che può funzionare senza l’aiuto reciproco tra persone. Guardiamo con coraggio sotto la superficie dell’efficienza e della sterilità di un’intelligenza artificiale autonoma.
Qualche mese fa, durante un'intervista trasmessa in rete, Elon Musk ha descritto il futuro con il tono sereno di chi annuncia una buona notizia. Robot umanoidi che servono ai tavoli dei ristoranti. Macchine che costruiscono case in pochi giorni senza operai, senza fatica, senza errore. Algoritmi che gestiscono la logistica, la salute, i trasporti con un'efficienza che nessun essere umano potrebbe eguagliare. Parlava di un mondo liberato dal peso del lavoro e il pubblico annuiva con l'entusiasmo di chi si sente sollevato da una promessa.
Eppure, ascoltando quelle parole, mi sono sorpreso a provare qualcosa di diverso dall'entusiasmo. Un'inquietudine sottile, ma precisa. Non per i robot, non per la tecnologia in sé, ma per ciò che non veniva detto. In quel futuro scintillante, raccontato con la voce pacata di un uomo tra i più potenti del pianeta, c'era un'assenza che nessuno nominava. I camerieri non servivano più ai tavoli, ma nessuno diceva dove fossero finiti. Le case si costruivano da sole, ma nessuno chiedeva cosa ne fosse dei muratori, delle loro famiglie, dei loro figli. Un mondo perfettamente funzionante veniva descritto senza le persone che ne sarebbero state escluse. Come quelle fotografie di città ideali che gli architetti producono per i loro progetti: strade ampie, edifici luminosi, verde ovunque, ma stranamente prive di volti. Un futuro per nessuno, presentato come un futuro per tutti.
Questa omissione non era casuale. Era il cuore stesso del problema.