Esiste un luogo spesso a noi sconosciuto e inesplorato, dal quale cerchiamo di tenerci lontani: la nostra interiorità. Le occasioni per distanziarsi sono molteplici, il mondo sembra fatto apposta per attrarre verso oggetti e attività fuori di noi. Cosa accade quando varchiamo quella soglia?
Oggi, forse per la prima volta nella storia, viviamo un’epoca in cui l’essere costantemente connessi è diventato un tratto universale, comune a popoli di ogni latitudine e cultura, indipendentemente dal luogo o dal contesto in cui si vive. Attraverso gli smartphone siamo connessi anche quando non lo desideriamo, anche quando non ci serve, immersi in una rete invisibile che ci tiene legati al mondo intero: messaggi, notifiche, aggiornamenti, richieste, promemoria, bollettini di guerra, memorie digitali. E se da un lato questa iperconnessione ci fa sentire informati, partecipi, quasi onnipresenti, dall’altro ci sottrae qualcosa di molto più sottile: il silenzio interiore, il tempo per ascoltare chi siamo davvero, il vuoto necessario per far emergere l’essenziale.
Ci sono momenti, sempre più rari, in cui il mondo si ferma. Quando non arriva nessuna notifica, quando il telefono tace e l’aria sembra più sottile. Bastano due o tre giorni senza cellulare per sentire un piccolo terremoto emotivo. Come se, privati del flusso continuo di stimoli, ci ritrovassimo improvvisamente faccia a faccia con un ospite che conosciamo poco: noi stessi. E allora emerge l’irrequietezza, la paura di “perdersi qualcosa”, la sensazione di isolamento, come se l’assenza di segnale fosse anche l’assenza di senso. In quei momenti, magari per pochi istanti, si affaccia una strana sensazione: siamo soli. Ma siamo davvero pronti a stare con noi stessi? E cosa accade se questo isolamento non è subito, ma scelto? Se, invece di fuggire da quel vuoto, ci entrassimo come in un santuario? Questa è la domanda da cui parte il racconto del mio recente viaggio in Giordania e, in particolare, di una notte nel deserto che ha cambiato per sempre il mio modo di intendere la solitudine.