Non siamo individui isolati, la nostra storia è il frutto di esperienze, memorie e leggende che si intrecciano lungo la catena dei nostri avi e si ramificano in una realtà collettiva. Una narrazione condivisa può diventare un potente veicolo di trasformazione interiore.
“E venne il tempo in cui le parole dell’uomo non furono più solo sì e no,
ma apparve il dubbio. Fu allora che l’uomo iniziò a raccontare,
e raccontando si ricordò. E ricordando si riconobbe”
L'uomo è un essere narrante. Al di là del pensiero logico, dell'autocoscienza nonché della pratica del dubbio, ciò che più ci distingue dagli altri esseri viventi è la nostra capacità di raccontare. Ciascuno di noi non è un individuo isolato, ma parte di una storia più ampia, di un intreccio di vicende, esperienze e memorie che lo definiscono. E il richiamo del racconto è talmente compenetrato nella nostra natura da non abbandonarci mai. Da bambini amiamo lasciarci affascinare dalle fiabe, da giovani adoriamo farci sedurre dalle leggende, da adulti ci lasciamo attrarre dal fantastico universo archetipico dei miti. Anche nel sonno l’inconscio racconta alla nostra coscienza inerme delle storie. La parte più recondita di noi si pone all’orecchio del dormiente e le sussurra immagini: vicende oniriche, a tratti distopiche, stralci di mondi non lineari, più o meno avulsi da ciò che consideriamo convenzionalmente realtà. Il racconto è molto più che un espediente letterario, e non è solo uno straordinario mezzo di comunicazione, è un millenario strumento per intrattenere e attrarre l’attenzione delle persone, e il racconto – in determinate condizioni – può diventare un potente veicolo di trasformazione. C'è qualcosa di ancestrale e sacro nell’atto del narrare, tanto in senso psicologico quanto spirituale: i miti, le fiabe, i testi sacri narrano l’uomo (la sua interiorità), parlando dell’Uomo all’uomo.