Immaginiamo per un attimo lo shock che subirono i cittadini del cuore pulsante dell'Impero assistendo alle scorribande e alle violenze dei barbari. Imbevuti di prepotenza e arroganza, allevati per secoli tra gli agi e i fasti della Città eterna, convinti di essere al centro del mondo, abituati a fare le guerre in casa d'altri, lontani da violenze e massacri, e persuasi di possedere il favore degli Dei, di rappresentare la civiltà, la cultura, il diritto. Di più: di doverli addirittura "esportare" alle popolazioni barbariche, cioè a tutti gli altri. 
Immaginiamo, quindi, lo shock che possono avere provato, quando tutto d'un tratto scoprirono la propria vulnerabilità e vincibilità. Le cadute degli dei raramente avvengono in sordina.
Tornano alla mente le parole di Milan Kundera nell'Insostenibile leggerezza dell'essere: «Gli amori sono come gli imperi: quando scompare l'idea su cui sono fondati, periscono anch'essi».
Insolita associazione, quella dello scrittore ceco, tra gli amori e gli imperi. Sembrerebbe che Kundera si riferisca qui a un concetto di "idea" più vicino a quello della proiezione narcisistica, piuttosto che a quello di originale elaborazione creativa e cosciente; prerogativa, quest'ultima, dell'uomo individuato e mai delle masse. Allora cosa avranno pensato gli uomini e le donne romane consapevoli del fatto che le loro idee sul mondo stavano crollando e con esse tutte le istituzioni, tutte le certezze della loro vita con le quali erano cresciuti e che non avevano mai messo in discussione, tutta la loro organizzazione sociale ed economica?
La pressione costante e crescente dei "barbari" dal Nord Europa e dall'Est euro-asiatico stava facendo emergere una nuova realtà, che inevitabilmente avrebbe portato alla disintegrazione di ciò che era conosciuto.
Questi sono i momenti in cui la Storia può diventare Maestra di Vita. Non la Storia ufficiale, quella dei condottieri e dei capi di Stato, delle armate e dei guerrieri.

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