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Gentile Prof. Serra,
a volte mi trovo ad utilizzare il termine “amore incondizionato” ma subito emerge la sensazione di aver toccato un tema inflazionato, incompreso, ma contemporaneamente profondissimo. C’è una parte di me che può essere capace di questo amore incondizionato, o che potrebbe diventarne capace? E a quali condizioni? Grazie per la sua risposta.
Parlare d’amore non è facile. È forse una delle parole più utilizzate ma anche più ambigue del nostro vocabolario. Molte canzoni vi hanno girato intorno, riflettendo diverse forme di intenderlo. Nel 1978, Raffaella Carrà cantava “per far bene l’amore devi venire al sud”, rivendicando un amore libero, spontaneo, slegato da convenzioni. Pochi anni prima, nel 1974, Dolly Parton componeva I will always love you (ti amerò per sempre) come un canto d’amore nel separarsi dal suo socio musicale Porter Wagoner e iniziare la sua carriera in solitaria. Decenni più tardi, la stessa canzone, con la voce di Whitney Houston, esprimeva in The bodyguard un amore intenso e vero, però impossibile da realizzare. L’amore, come un caleidoscopio, cambia forma secondo il movimento e il contesto. Ogni giro rivela una sfumatura diversa.
Questa pluralità di significati ci richiede discernimento. Non tutto quello che chiamiamo amore risponde alla stessa realtà interiore, né implica lo stesso grado di maturità. Il Vangelo di Giovanni offre una scena illuminante: nel dialogo tra Gesù risuscitato e Pietro (Gv. 21:15-19), Gesù chiede per due volte se Pietro lo ama con un amore di tipo ágape, cioè, totale, gratuito, incondizionato. Pietro risponde sempre con fileo, l’amore amicale, sincero però limitato. Alla terza domanda, Gesù adotta infine il linguaggio di Pietro. Non sminuisce l’ideale, ma riconosce il punto reale in cui Pietro si trova. L’amore incondizionato non si impone; si propone come orizzonte.
La tradizione filosofica ha distinto diversi tipi di amore. L’amore eros vincola al desiderio e all’attrazione; ludus, al gioco amoroso; pragma, alla stabilità matura che resiste nel tempo;
storge, all’affetto familiare; filautía, all’amor proprio necessario per l’accettazione personale; manía, alla passione eccessiva e possessiva. Platone, nel Simposio, presenta l’amore come una scala che, partendo dal desiderio sensibile, può elevare l’anima verso la Bellezza, la Verità e il Bene. Non tutti questi amori hanno lo stesso peso antropologico o profondità etica.
Quando parliamo di amore incondizionato, il termine che meglio lo esprime è ágape. Si tratta di un amore che non si appoggia sul merito dell’altro, né sulla reciprocità o la soddisfazione che arreca. È un amore che si dà senza garanzie, che non calcola i benefici e non pone condizioni previe. Nella tradizione cristiana, rappresenta la partecipazione all’amore stesso di Dio. Per questo, nella prima lettera di Giovanni si afferma che “Dio è amore” (1 Gv. 4:8). Non dice che Dio “ha” amore, ma che la sua essenza è amare.
Da questa prospettiva, l’amore incondizionato non è semplicemente una capacità psicologica, ma una realtà spirituale che attraversa la persona. La morale cristiana si struttura intorno a questo asse: amare Dio e amare il prossimo come se stessi (Mt. 22:37-40). Non è un ideale astratto, ma un cammino di trasformazione interiore.
Suggestiva è la riflessione di Søren Kierkegaard in Gli atti dell’amore. Il pensatore danese afferma che l’amore non è competenza dell’istinto, né del sentimento, né del calcolo razionale, ma della coscienza. Con questo non nega le dimensioni emotive, corporee o intellettuali dell’amore, ma le relativizza. Quando l’amore si riduce a un sentimento, oscilla; quando si appoggia all’istinto, si esaurisce; quando dipende dal calcolo, si raffredda. Nell’attribuirlo alla coscienza, Kierkegaard lo vincola alla libertà, alla responsabilità e alla fede. Amare in questo modo implica un profondo lavoro interiore: smascherare l’ego, purificare le motivazioni, accettare la vulnerabilità. L’amore incondizionato non nasce spontaneamente; si apprende, si allena, si corregge. Non elimina le altre forme di amore, ma le attraversa e le riordina. Come afferma Kierkegaard, il cristianesimo conosce solo l’amore secondo lo spirito, che però può essere presente in tutti i modi autentici di amare.