Il consenso su queste argomentazioni presso la comunità climatologica è pressoché unanime. Il problema di comunicazione a cui accennavo è che spesso tale consenso non viene presentato in maniera chiara nei mezzi di comunicazione, alterando così, più o meno consapevolmente, la percezione del pubblico. Il tema è tanto rilevante che si parla di “negazionismo climatico”, a indicare coloro che mettono in discussione le conclusioni dei climatologi. Si potrebbe disquisire a lungo sulle origini del negazionismo, in alcuni casi legate a ignoranza o ingenuità, in altri a interessi politici, in altri ancora a interessi economici. Interessante notare tra l’altro che l’effetto della CO2 sul clima terrestre era stato previsto negli anni ‘70 dagli stessi scienziati che lavoravano per le maggiori compagnie petrolifere. Questi studi sono stati all’epoca occultati, e riscoperti solo di recente. Alcune inchieste hanno dimostrato che le stesse compagnie petrolifere nel giro di pochi anni hanno investito in campagne di disinformazione circa un miliardo di dollari.
Le personalità scientifiche che ha citato, sebbene di prestigio in alcuni campi della scienza, non hanno (o hanno limitatissima) esperienza nel campo della climatologia. Non fa eccezione il prof. Franco Prodi, il quale, sebbene si occupi di scienze dell’atmosfera, non è tra i climatologi più autorevoli al mondo, anzi più semplicemente non è un climatologo. Può facilmente constatare queste mie parole lei stessa con una ricerca nei principali database on line sulle pubblicazioni scientifiche (es. Google Scholar, ResearchGate). In alcuni casi, inoltre, se farà ricerche sul web, troverà che alcuni dei negazionisti più attivi sono legati al (in alcuni casi anche assoldati dal) mondo delle grandi compagnie petrolifere. Tutto ciò ricorda un po’ il caso dei “negazionisti del tabacco”, che anni fa esprimevano forti dubbi sulla nocività del fumo, per scoprire poi che molti di loro erano pagati dalle industrie del tabacco.
Per ultimo, mi lasci esprimere il mio sconforto rispetto alle parole, a volte offensive, che vengono spese nei confronti della giovane attivista Greta Thunberg, e in generale sui giovani attivisti ambientali. Se il fallimento delle vecchie generazioni nel garantire un futuro prospero alle nuove generazioni si accompagna alla frustrazione e al livore verso queste ultime, vuol dire forse che abbiamo fallito anche in altri aspetti.
DI CHI È LA RESPONSABILITÀ?
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- Scritto da GABRIELE ANTOLINI
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