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Se osserviamo le dinamiche sociali, vediamo che in un gruppo di lavoro c’è chi scalpita per innovare e chi difende la stabilità; in una famiglia, c’è chi cerca la tradizione e chi spinge al cambiamento. Il mondo esterno diventa una mappa vivente delle tensioni fra gli opposti che ci abitano. L’esterno rappresenta, amplifica e spesso chiarisce forze che sono già dentro di noi. Le relazioni diventano il palcoscenico della nostra psiche e così, osservando l’esterno, possiamo capire meglio cosa ci accade dentro. L’esteriorizzazione dei conflitti è uno dei modi principali attraverso cui l’inconscio tenta di farsi conoscere e l’altro diventa per noi un “portatore di contenuti” osservabile. Quando ci irritiamo visceralmente con qualcuno, reagiamo a una parte di noi che quella persona rappresenta, e per quanto l’altro ce la porti in modo estremizzato, questo è a volte l’unico modo per far risuonare in noi un aspetto d’ombra.
Il modo in cui ci relazioniamo con le nostre parti interne riflette in gran parte il modo in cui ci rapportiamo agli altri. Se dentro di me giudico la mia parte vulnerabile come debole, infantile o inopportuna, sarò in difficoltà ad accogliere chi si mostra emotivo o fragile, diventando impaziente e giudicante. Se invece reprimo la mia parte arrabbiata, eviterò chi esprime collera o ne sarò sconvolta, giudicando male chi lo fa liberamente. Al contrario, un rapporto maturo con la propria interiorità produce relazioni esterne più flessibili e compassionevoli. Smettiamo di vivere gli altri come minacce e iniziamo a vederli come variazioni della nostra umana molteplicità. Finché non vedremo i nostri conflitti interni, continueremo a combatterli negli altri e gli stati di attrazione, irritazione, idealizzazione, diffidenza... saranno il frutto di proiezioni personali. L’altro diventa uno schermo sul quale proiettiamo un contenuto scisso: una persona fragile può mobilitare il mio io protettivo o quello giudicante; una persona lenta, calma, il mio io impaziente o quello pigro; una persona autoritaria può risvegliare la mia parte timorosa oppure anarchica. Non stiamo reagendo solo a chi abbiamo davanti, ma all’immagine psichica che la sua presenza fa emergere in noi; le emozioni che proviamo sono spesso il linguaggio con cui le nostre parti interne cercano di comunicare con il nostro io.
Riconoscere che non siamo uno, ma molti, ci aiuta a: non identificarci rigidamente con le solite modalità relazionali (interne ed esterne); vedere negli altri non solo differenze, ma riflessi di sé; accogliere ciò che ci irrita perché forse ci appartiene; prendere l’altro, quando ci affascina, come un modello per sviluppare quella stessa capacità che in noi è latente; stare nelle relazioni in modo dinamico, senza emettere giudizi definitivi.
È la via verso il processo con cui il Sé si realizza nell’Io, quando impariamo con il tempo a separare in noi il vero dal falso, attraverso la progressiva integrazione delle molteplicità in un nucleo unico di valori chiari e coerenti. È il divenire sé stessi.