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Abbiamo capito che questi fattori i cui risultati oggi chiamiamo “io sono”, si sono generati in relazione a ciò che abbiamo assimilato durante le prime esperienze in famiglia. Esse hanno poi influenzato l’importantissimo momento dell’apertura del bambino alla socialità, nella scuola e con i piccoli amici, e poi la costruzione del gruppo amicale e della rete sociale in adolescenza. Arrivati a questo punto, le fondamenta della nostra falsa personalità sono state gettate. Quando un bambino sente che “io non sono importante” e magari ha ricevuto strattoni e ferite nel corpo o nell’anima, si sente insicuro di sé, di nessun valore, poco amabile, e affronta le prime esperienze al di fuori della famiglia con titubanza, paura e ansia. “Come mi guarderanno? Cosa penseranno di me? Ce la farò da solo? Si accorgeranno di ciò che sono in realtà (parti di cui si vergogna)?”. Sono domande che nel bambino non rappresentano pensieri, non arrivano a coscienza. Sono fantasmi che si agitano in lui e ai quali non riesce a dare un senso o a contenere. Gli provocano ansia, mal di pancia, tristezza, tensione, inferiorità, chiusura... Il “noi” inizia a essere un luogo problematico in cui “stare”.
La fase della prima socialità è molto importante, può confermare o aiutare a smentire l’eventuale identità negativa costruita fino ad allora dal piccolo: “non sono simpatico”, “non piaccio agli altri”, “sono cattivo”, “sono stupido”, “sono disubbidiente”, ecc. Gli “altri”, i miei compagni, la mia maestra, come mi faranno sentire? Ecco perché soprattutto la scuola dell’infanzia e la scuola elementare dovrebbero diventare una seconda possibilità, una seconda famiglia dove la società possa garantire degli standard di accoglienza, valorizzazione, attenzione al bambino, ascolto, sostegno e fiducia affinché il bambino possa avere una seconda possibilità di confronto con sé stesso, positiva e incoraggiante.
La nostra società ha i piedi d’argilla, perché i bambini di oggi sono la società del futuro. Si diventa insegnanti su concorsi e graduatorie! Non attraverso un percorso qualificante nel prendersi cura dello sviluppo psico-emotivo del bambino: individui obbligatoriamente formati in pedagogia e psicologia dello sviluppo e che abbiano fatto una profonda terapia individuale. Lo Stato non riesce ad arrivare in seno alle famiglie, ma potrebbe, volendo, contribuire a una futura società affettivamente più equilibrata.